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La carbonaria   By: (1535?-1615)

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First Page:

GIAMBATTISTA DELLA PORTA

LE COMMEDIE

A CURA DI VINCENZO SPAMPANATO

VOLUME PRIMO

BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI EDITORI LIBRAI 1911

LA CARBONARIA

PERSONE CHE RAPPRESENTANO LA FAVOLA

PIRINO innamorato FORCA suo servo MANGONE ruffiano FILACE suo servo Dottore FILIGENIO vecchio PANFAGO parasito ALESSANDRO giovane MELITEA innamorata muto Capitano de' birri Raguseo ISOCO suo amico.

La favola si rappresenta in Napoli.

ATTO I.

SCENA I.

PIRINO innamorato, FORCA suo servo.

PIRINO. Avea inteso dir mille volte che i seguaci d'amore erano il riso, il diletto, il gioco e tutte insieme le compite dolcezze. Misero me, che provo tutto il contrario; ché le malenconie, i noiosi pensieri, le fatiche, i disagi, i sospetti e le gelosie sono i suoi perpetui compagni: e veramente, chi le pruova conosce che queste sono vere e l'altre imagini di dolori.

FORCA. Buon dí, padrone.

PIRINO. O Dio, che amara compagnia m'han tenuto questi tutta la notte! ho desiato il giorno per ragionar con Forca, il mio servo, d'un mio sospetto, né posso ritrovarlo; oh, sei tu qui? t'ho chiamato tutta questa mattina.

FORCA. Anzi v'ho risposto prima che voi mi chiamaste. Ma or con chi ragionate?

PIRINO. Con meco.

FORCA. Chi è questo meco? guardatevi che non sia qualche mal uomo.

PIRINO. Dico: «meco», con me medesimo.

FORCA. Dunque voi e meco son due persone?

PIRINO. Non t'ho detto tante volte che l'anima mia non è dove ella abita, ma dove ama? avendo io l'animo fisso nell'amato oggetto, resto col corpo abbandonato senza anima; or ch'era ritornata al suo luogo, ragionava con lei.

FORCA. Conosco che siate innamorato e malamente, perché sempre avete in bocca l'amato oggetto, andate parlando solo e raccontando i vostri difetti a chi non ve li dimanda. Ma, di grazia, voi di che ragionavate con voi?

PIRINO. Apunto di te che pur un tempo eri mio scorporato, non lasciavi mai far cosa per compiacermi; non ho seguitato piacer in mia vita, di cui tu non sia stato il mezano. In somma, io era tutto il tuo bene, or non so come son divenuto tuo figliastro: o fingi o t'infingi non accorgerti de' miei affanni, e sai che solo sei segretario de' miei pensieri: non t'amo da servo ma da fratello, e ti dono sempre.

FORCA. È vero che mi donate sempre, ma una intrata di cinquanta bastonate il giorno: ché servendovi o disservendovi, senza mirar dove date, alla luce, all'oscuro, con ogni cosa che vi trovate in mano, mi fate piovere adosso una tempesta di bastonate traditore, che non è ora che non abbia da stridere sotto le vostre mani.

PIRINO. Tu ben t'accorgi, tristarello, quanto t'ami e quanto vaglio senza te.

FORCA. Non mi mirate negli occhi, che non vi paia che ci manchi un pugno; non il mustaccio, che non vi stia bene uno sgrugnone; non nello stomaco, che non vi disegniate un calcio; non le spalle, che non desiate misurarle con un legno. In somma, non avete pelo sovra la persona, che non mi volesse scacciare le mosche da dosso con un querciuolo. E piacesse a Dio che vi contentaste de dieci o venti; ma quando cominciate, non lasciate mai, se prima non fate prova qual sia piú duro o la schena o il bastone: talché le mie carni son diventate come carni d'asino.

PIRINO. E se pur ogni mille anni ti dessi qualche colpicciuolo, lo fo da scherzo: non sai, Forca mio caro, che chi ti vuol bene, ti fa piangere? Accadono ben spesso fra gli innamorati delle questioni e delle bòtte, e pur non lasciano d'amarsi: son segni d'amore.

FORCA. Se i segni d'amor che devo aspettar da voi saranno di darme bòtte e di farmi piangere, da or vi disgrazio di quanto amore sète per portarmi giamai. I vostri scherzi a me non piacciono: gli asini soli, quando scherzano, si dán morsi che si stracciano la pelle, e calci che si rompono l'ossa.

PIRINO. È cosí gran cosa soffrir due bòtte per un amico?

FORCA. Cancaro! non è parte in me che non mi doglia, e mi fate portar le carni sempre di piú colori de' panni d'arazzi... Continue reading book >>




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