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Mia Romanzo   By: (1849-1899?)

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Mia

ROMANZO DI MEMINI

MEMINI

MIA

ROMANZO

MILANO

GIUSEPPE GALLI, LIBRAJO EDITORE Galleria Vitt. Em. 17 e 80.

1884

Proprietà letteraria

Tip. L.F. Cogliati

I.

Di provincia, questo sì, ma una casa colossale e delle ricchezze degne della storica nobiltà del nome; una casa come ce ne son poche ormai, mercè la sacra e rovinosa giustizia, cui dobbiamo l'abolizione dei privilegi di primogenitura.

E (incredibile ma vero) l'attuale capo della casa, Sua Eccellenza il signor Principe d'Astianello, un bell'uomo sui quarantacinque anni, vedovo, con una sola bambina, non voleva saperne di rimaritarsi.

Non già che gli fossero mancati suggerimenti in proposito. Amici, parenti, chi aveva diritto a dar parere e chi non l'aveva, tutti battevan quella solfa. Gli parlavano continuamente di visetti adorabili, di doti cospicue, di educazioni finitissime, di alleanze sovrane. Egli non diceva di no, non sfuggiva la visuale dei visetti adorabili, non sprezzava le doti cospicue, lodava le finite educazioni, onorava le quintessenze di sangue bleu... ma, ecco qua: non sposava!

E però egli era severamente giudicato da un venerabile sinodo di nonne, di mamme e di zie, cui teneva bordone un coro, più timido ma non meno malcontento, d'interessanti vedovelle. Egli non parlava mai della defunta Duchessa; non pareva, nè era infelice. Era quasi sempre gioviale e di buon umore. Non era per nulla un santo padre del deserto, godeva largamente e pacificamente dell'esistenza. Non s'occupava di politica, ma se se ne fosse occupato sarebbe stato un conservatore feroce e un implacabile codino. Lo era bensì per conto proprio ed in casa sua, dove serbava gelosamente inalterate le costumanze e le tradizioni della famiglia.

In casa d'Astianello c'eran sempre state le razze di cavalli; orbene, egli continuava quell'abitudine, le razze ci sarebbero sempre, per l'appunto. L'estesa dei pascoli era immensa e colà nitrivano e sgambettavano i puledri delle cavalle ch'egli aveva ereditate puledre dal padre suo. Le razze di casa d'Astianello erano antiche e pregiate e costituivano una questione di dare ed avere non indifferente nonchè una delle più apprezzate vanaglorie della famiglia. Il Principe, a dirla qui fra noi, non se ne intendeva più che tanto, ma altri della casa se ne intendeva per lui e qualchevolta i suoi cavalli, buscavano il premio alle esposizioni ippiche. E allora che baldoria nella tenuta!

Il Principe amava parlare dei suoi cavalli. Specialmente quando qualche imprudente e zelante amico tentava intavolare, anche alla lontana, quel benedetto argomento del matrimonio. Allora sì che entrava in campo la scienza ippica. Il Principe prendeva a sfoderare le sue cognizioni in fatto d'allevamento. Apriti cielo.... S'intende piova, ma non tempesta. Ed era invece tempesta, ma così fatta, a chicchi così grossi, così innumerevoli che il povero interlocutore seccato a morte, stordito, assordato, non vedeva l'ora di battersela e alla prima interruzione, se la batteva senz'altro. Il Principe rideva e continuava... a non sposare.

Da qualche anno in qua il nerbo degli amici cospiratori aveva mutato sistema. Avevano detto: lasciamo fare al tempo. Ma il tempo passava senza recare sulle sue decrepite ali una seconda principessa d'Astianello.

Eppure il Principe aveva, a modo suo, amata moltissimo la sua povera moglie. E forse appunto per questo egli era ora così fedele alla memoria di lei e alla propria libertà.

Oltre a queste due sante cose, il Principe amava molto la sua bambina e il pensiero di darle una matrigna gli tornava odioso. Non già che vivesse molto con lei o che attendesse egli stesso alla sua educazione. Ma gli era caro veder bazzicare per l'ampio dei grandi saloni quel nonnulla di bambina, quella cosuccia bianca, delicata, soave, che non voleva saperne di crescere, che nello studio non faceva grandi progressi e non era nè impertinente nè spiritosa, ma che veniva su adagino, lentamente come uno dei fiorellini esotici della serra e che voleva tanto bene a lui... Continue reading book >>






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